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AA: Allora Roberto, ormai Nathan Never è saldamente nelle tue mani: ne disegni le copertine, hai curato i momenti fondamentali della continuity del personaggìo, insomma il mainstream della testata di fantascienza della Bonelli Edìtore è tutto tuo. RDA: Beh, è vero, però il mio passaggio alle copertine, come si sa, è stato un incidente fortunato: ero lì al momento giusto, non ho fatto niente perché succedesse. Si è trattato di tutta una serie di circostanze fortunate per me, meno fortunate per quanti amavano le copertine di Castellini ... Però le cose sono andate così. Non credo, comunque, di avere un ruolo così predominante all'interno della serie. Almeno spero di non averlo, ecco… AA: La mia considerazione è legata soprattutto al fatto che la testata è cresciuta avendo dei punti di riferimento grafici diversi a seconda dell'arco di tempo che si va a considerare. RDA: Si, questo è vero. All'inizio, bene o male, i due punti di riferimento più forti erano, da un lato sicuramente Castellini, dall'altro Nicola Mari. AA: Però a lungo termine il tuo stile è emerso in maniera molto forte. RDA: Si, ma sono dell'idea che molto dipende dalla presenza mensile che ti assicurano le copertine: disegnare le cover ti permette di andare al di là della caratterizzazione dell'eroe e di darne un'interpretazione più precisa; inoltre la versione del copertinista è quella che si vede più spesso perché è esposta in edicola, quindi finisce col pesare maggiormente. La mia interpretazione del personaggio non è detto che sia la migliore, sicuramente è la più visibile. Tutto sommato il mio Nathan Never è un mix: un po' di Castellini, un po' di Mari, il tutto rivisto e rielaborato. AA: Effettivamente nei tuoi primi numeri queste influenze si vedono in modo molto chiaro e netto. RDA: Anche perché dovevo proprio copiare con il tavolo luminoso dalle tavole di Castellini Tu forse sei entrato successivamente, comunque per il primo anno si è lavorato con pochissimi studi del viso di Nathan, anche abbastanza diversi dalla versione definitiva che lo stesso Castellini ne diede. Ci si arrangiava con quelli, e non è stato facile trovare un'interpretazione appropriata per un volto come quello di Nathan che è piuttosto complesso nell'insieme delle sue caratteristiche: espressione, ciuffo, eccetera. AA: L’altro giorno ho sentito Mario Alberti dire che i capelli di Nathan non sono iscrivibili in uno spazio euclideo! Mi pare una battuta divertente e colta che rende bene l'idea delle difficoltà che spesso si incontrano nel disegnare un character e nel riuscire a farlo proprio. RDA: Sono convinto che, in generale, ci vogliano degli anni prima di riuscire a rendere al meglio un personaggio. Una delle cose più difficili che si possano affrontare, ad esempio, è il testone da scatola da scarpe di Martin Mystere. Difficilissimo da fare, veramente difficilissimo. Infatti quelli che ci sono passati hanno dovuto sudare sette camicie prima di ottenere qualcosa di guardabile. AA: Quando ho visto le tavole di prova della prima ondata di autori di Nathan Never le tue colpivano particolarmente l'attenzione perché erano forse fra le più "professionali' come tipo di realizzazione, molto curate nei dettagli, mentre nei lavori di altri disegnatori si vedeva la necessità di crescere ancora. Ad esempio le tavole di Nicola Mari sono quasi irriconoscibili.... RDA: Perché appartengono alla sua prima fase, quella "filoambrosiniana". Poi ha ricevuto una specie di illuminazione, che lo ha colto a metà del suo primo albo; infatti in un secondo momento ha dovuto rivedere e correggere le prime trenta o quaranta tavole. E anche adesso, se vai a riguardare quella storia, si vedono ancora delle differenze tra le prime e le ultime pagine. Questo è sintomo di una crescita enorme, continua e progressiva, al punto da rendere difficilmente riconoscibile il segno del medesimo autore in un confronto tra le prime e le ultime vignette. AA: Devo dire che anche il tuo materiale, in questo senso, ha vissuto una crescita straordinaria: tra le prime storie che tu hai pubblicato, penso soprattutto a "Fanteria dello spazio", in cui certe influenze come quella di Manara sono ancora molto evidenti, e i tuoi ultimi lavori c'è veramente un abisso. RDA: Il bello del nostro lavoro è in parte proprio questo: non esistono mai delle mete ben precise.O meglio, gli obbiettivi che ti poni vengono di volta in volta raggiunti, ma nel momento in cui li afferri, li lasci andare perché ce ne sono altri più avanti da inseguire. Infatti non mi piacciono molto gli autori che si "siedono", quelli che uno volta messo a punto uno stile riconoscibile, ben definito, che funziona, non cambiano più nemmeno una virgola e continuano a ripetere se stessi all'infinito. Trovo che alla lunga siano noiosi e penso che si annoino pure loro. Dicono che sia tipico di chi brucia le tappe, cioè di chi si esprime ad alti livelli fin da subito e poi fatica a trovare ulteriori stimoli per crescere. AA: Tornando a Nathan Never, non solo è cambiata l'immagine del personaggio, ma anche le ambientazioni, secondo me, hanno avuto una forte crescita, nella quale ritengo che il tuo ruolo sia stato ancora più importante. Se andiamo a rivedere sia le copertine che il numero uno di Castellini, l'ambiente risente della sua impostazione molto americana. Mentre, per quanto ti riguarda, da "L’enigma di Gabrìel" in poi si apre una stagione, concedimi il termine anche se abusato, un po' cyberpunk: l'innesto di biotecnologie e l'arrivo dei tecnodroidi portano, al di là delle considerazioni narrative, a un impatto grafico molto diverso. RDA: All'inizio quando si disegnavano le architetture, la città, gli esterni in generale, l'attenzione, forse eccessiva ma necessaria in quel periodo, era concentrato sul tentativo di fare una fantascienza di previsione: come saranno gli edifici da qua a duecento, trecento anni? E quindi dovevamo immaginarci queste strutture più o meno credibili. Successivamente abbiamo sentito tutti l'esigenza di dare una dimensione più inferiore e mentale che descrittiva all'ambientazione, hanno cominciato ad aumentare i neri e ad essere più intense le atmosfere. Tutto questo a scapito del tratto, del segno, dei particolare. La precisione non serve in questo tipo di ricerca. E’una scelta che da un lato accontenta forse un po' meno l'occhio, ma dall'altro credo (spero) che contribuisca in qualche modo a dare un'atmosfera più coerente alle storie, soprattutto a quelle tristi, che sono le più numerose e forse anche le più belle. AA: In questo senso trovo che l'ultima avventura doppia che tu hai disegnato...... RDA: E stata pietrificante... AA: Molto pesante, certo. Però l'atmosfera cupa è resa bene proprio grazie alle architetture, agli ambienti, che giocano un ruolo particolare. RDA: Ci sono dei tratti in cui la città diventa quasi onirica, incarnando il luogo degli incubi di Nathan, il quale non capisce più se la suo nemica (Susan) è ancora viva o è morto. Gli ambienti e le architetture appaiono come proiezioni delle angosce del protagonista. AA: Sinceramente credo che non ci sia un autore di Nathan Never che non posso in qualche misura, soprattutto per quel che riguarda appunto le atmosfere e le ambientazioni, non confrontarsi con il tuo lavoro; ancor più dopo il primo albo gigante che forse è stato per certi versi anche un po' un punto di svolta per l'intera serie. RDA: Si, effettivamente il primo gigante ha aperto tutto una serie di nuove porte narrative, (addirittura un nuovo universo: quello dei Nathan Never riclonato è un vero e proprio piano di esistenza parallelo rispetto a quello con il quale anche tu ti sei confrontato. Serra inoltre sta scrivendo diverse storie ambientate nel mondo del Nathan clonato. Il merito di tutto ciò è di quel geniaccio di Antonio che da ormai quattro anni sta tessendo questa trama e riesce a non perderne il filo. E’ una cosa che mi scandalizza... Anche perché quando si parla di viaggi nel tempo la logica va a pallino e tutto diviene tremendamente complicato. AA: Come è nato e come si è sviluppato il look dei tecnodroidi? Io ricordo la loro prima apparizione ad opera di Dante Bastianoni: nell'albo "L’orrore sopra di noi"durante un incidente, Nathan sviene per un breve periodo e ha una visione della figlia Ann in un mondo popolato da orrendi mostri, i megasimbionti. lo stesso mi sono ritrovato a disegnare una scena analoga. RDA: Tra parentesi io non sapevo che Raven fosse un tecnodroide AA: Non te l'aveva detto Antonio? RDA: No, me ne accennò appena, liquidandomi con pochi elementi. AA: Infatti il tipo di tecnologia che tu avevi cominciato a disegnare ne "L’enigma di Gabriel" la ritroviamo completamente diversa nel primo gigante, molto più vicina alle opere di Giger. RDA: Giger è stato il modello che poi, bene o male, hanno dovuto riprendere tutti, a cominciare da Mario Alberti nel gigante successivo, ma è stato più che altro una maledizione che ci siamo tramandati! Anche perché mi trovai a dover lavorare su tre piani narrativi distinti: l'universo dei tecnodroidi e del clone di Nathan, la realtà del Nathan Never originale e il tempo dell’ astronave Dakkar, quindi il problema era come differenziare tra di loro i tre piani. Per i tecnodroidi scelsi di usare il retino, anche se fino a quel momento era una tecnica che non avevo praticamente mai adottato. Sapevo però che il prologo con gli esseri biotecnologici doveva essere di una decina di pagine e non di più, quindi mi lanciai nell'impresa con una certa incoscienza: "ci metto un po' di retini e risolvo" pensai. Poi questo prologo diventò di quaranta pagine, crebbe ancora a quarantacinque tavole e venne ripreso anche alla fine della storia. In conclusione mi ci vollero circa sette o otto mesi solo per fare quelle cinquanta tavole e il restante tempo per fare le altre centottanta! AA: Questo per un attimo ti rende più umano, visto che ormai è diventato leggendaria la tua velocità di esecuzione. RDA: Non è vero, sono di una pigrizia agghiacciante ... Però se mi ci costringi con un forcone le tiro anche fuori, queste tavole. Resta sempre da vedere come vengono, però le faccio. AA: Una volta Antonio m'ha raccontato che quando praticamente eravate alla conclusione del gigante... RDA: Ci si accorse del fatto che mancavano quattro tavole! Fu un incidente dovuto alla poca abitudine a lavorare in quel formato e in quel tipo di edizione, unitamente all'esigenza di saltare da un punto all'altro della narrazione per controllare quel soggetto complicatissimo. Antonio infatti si trovò spesso nella necessità di verificare una certa sequenza per poi tornare indietro a risistemare le precedenti, quindi non esisteva una numerazione vera e propria delle pagine e alla fine ci si accorse che mancavano quattro tavole. Furono fatte in redazione all'ultimo istante! Un'esperienza kafkiana... AA: Antonio racconta che, dopo averti descritto cosa doveva apparire in queste tavole tu senza batter ciglio ti sei messo a disegnare sotto i suoi occhi attoniti; disse di aver avuto l’ impressione che fu fossi una sorta di "plotter"umano, perché sei partito dall'angolo in alto a sinistra e sei sceso tranquillamente con la matita disegnando tutto il necessario: anatomie, fondali, eccetera. RDA: Beh, erano due tavole molto furbe: tanti dettagli, primissimi piani, andai un po’ "di conserva", come si usa dire AA: La ricchezza delle tue tavole è comuque incredibile in rapporto alla tua rapidità d’esecuzione, sia per i dettagli delle architetture e dei fondali, sia per le tecnologie. Anche nel formato gigante le tue tavole non solo non sfigurano ma danno una grandissima sensazione di compattezza e di pienezza. E’ diventato quasi uno stile, per te, quello di riempire. RDA: E’ più che altro una necessità. Quando usi pochi neri, riempire diventa un imperativo perché è un modo per "staccare" i personaggi, per creare dei piani diversi all'interno della stessa immagine, cosa che non puoi fare, cioè che scegli di non fare, quando usi la tecnica della linea chiara. La prospettiva diventa così uno stratagemma grafico grazie al quale si riesce a creare quella profondità che con uno stile grafico diverso viene resa dai neri. AA: Tecnicamente è cambiato il tuo approccio al disegno, o i materiali che adoperi sono gli stessi di quando hai cominciato? RDA: Mi poni uno domanda terrificante perché in questo momento sto stendendo delle tavole a china. Finite le matite ho cominciato a ripassarle a china con il pennino, strumento che ho iniziato ad adottare solo dal terzo o quarto albo, ma la carta che sto usando, una carta da acquerello abbastanza porosa, non regge il pennino, spande. Così ho dovuto riesumare il mio pennello e passare a china con quello.Una cosa snervante. AA: Quindi inizialmente usavi il pennello. RDA: Si, l'ho smesso proprio perché è difficile da controllare, dà una linea gommosa che non sempre mi soddisfa e soprattutto ha bisogno di un controllo continuo. E’ una pratica zen, insomma. Appena cerchi di forzare il ritmo vengono fuori delle linee inguardabili. Sono stato decisamente costretto a riprenderlo. AA: Quando conobbi Magnus, parlando di tecniche di disegno disse: "1l pennello è come il pianoforte: ti ci devi allenare tutti i giorni". RDA: E' vero. AA: Diceva di aver abbandonato il pennello per il pennarello proprio per una questione di comodità. Allora le tue prime storie come "Fanteria dello spazio"... RDA: Si, sono inchiostrate a pennello, anche se la linea che ricordo di aver ottenuto non mi è mai piaciuto moltissimo. Come ti dicevo il pennello tende a dare delle "code", ha quel tratto peculiare che si allarga e si restringe e finisce sempre con una sorta di lunga coda. E’ una caratteristica che a me personalmente non piace più di tanto, quindi ho sempre cercato di smussarle, queste punte. Ne veniva fuori una specie di linea da pennarello bruttissima. Cosi ho lasciato perdere e ho cominciato ad usare il pennino, anche perché ho avuto un vero colpo di fortuna trovandone un'intera scatola. Ormai sono strumenti difficili anche da reperire e bisogna rovistare tra i fondi di magazzino per trovarne, sono cose vetuste. AA: Una crescita, la tua, che è stata quindi accompagnata da una ricerca anche sul piano squisitamente tecnico. RDA: Si, ma ancora non sono convinto dei mio lavoro. Anche cambiando lo strumento la linea ideale che si insegue rimane tale. Infatti il pennino, per quanto più rigido e controllabile, può dare anche una linea morbida, "pennellosa", e se sei abituato ad usare il pennello è quella la linea che continuerai a cercare. AA: Tu ti sei misurato con Nathan Never ma anche con Legs Weaver: che differenze hai avvertito tra le due esperienze di lavoro, come ti sei trovato a disegnare Legs? Ti piacerebbe ritornare a illustrarne le avventure? RDA: Perché no? Legs è divertente, è come prendere una vacanza e andare ai Coraibi. Dico questo non perché le avventure di Legs siano più semplici da disegnare, o perché sia un impegno che si può prendere sotto gamba, ma perché l'approccio agli avvenimenti in Legs è molto più scanzonato, le storie sono brillanti, meno inferiori e meno tormentate. Legs è un personaggio solare, con poche convinzioni. C'è molta azione e quindi anche la ricerca di architetture e scenari è ridotto all'osso, l'importante è disegnare figure fluide che si muovono bene. Invece in Nathan Never ogni elemento contribuisce a creare l'effetto finale e non ci si può rilassare mai, la concentrazione deve essere sempre alta perché basta un corridoio sbagliato per rovinare l'atmosfera scivolando nella comica, nella caricatura. AA: Nella tua storia di Legs, come d'altra parte in tutte le altre, la protagonista appare nuda. La sua nudità è ormai un refrain, quasi una esigenza di copione: Legs deve apparire senza veli almeno una volta. Eppure l'impatto sul lettore che ha la tua interpretazione del nudo femminile rispetto a quanto visto in altri albi è decisamente più forte. Si avverte nel tuo modo di rendere la figura femminile una carica erotica che in altri autori non emerge in maniera cosi’ intensa. Ciò deriva dai tuoi riferimenti a Manara, che è un campione in questo campo, o dalla tua esperienza nel fumetto erotico? RDA: Potrei anche essere semplicemente un maniaco sessuale... AA: In questo senso si capisce perché vai d'accordo con Antonio Serra. RDA: Si, una coppia di maniaci! Mah, non lo so. Forse perché ho un tratto che si potrebbe definire realistico, quindi se disegno un corpo femminile nudo, non è detto che mi riesca ma cerco di renderlo per come è. Questo forse rende la nudità un po' meno tollerabile. Anche altri disegnatori, e soprattutto le ragazze che lavorano su Legs, hanno spesso ritratto legs e May nude, però la loro interpretazione della nudità è molto meno morbosa e meno pruriginosa, credo sia per questo che salta meno all'occhio. AA: Anche il personaggio di Susan Connery nell'ultima storia doppia che hai realizzato per Nathan, spesso appare nuda, ma questa particolarità rende la sua presenza a dir poco inquietante. Non è mai una nudità fine a se stessa. RDA: Infatti nella storia Antonio ha scelto che lei venisse disegnata nuda in alcune sequenze proprio per esigenze narrative ben precise. Il tutto parte dall'attrazione insana che Nathan ha per questo personaggio. L’intenzione di Antonio era quella di creare un clima di grande morbosità, anche nelle scene in cui Susan è con Krissy, che è la tipa bionda: due sadiche disposte a tutto, ecco che cosa dovevano sembrare. AA: Tra parentesi, ho la sensazione che questa storia sia nata nel momento di più intensa collaborazione tra te e Antonio, dal punto di vista narrativo ma non solo. RDA: E' vero, per tutta una serie di circostanze ci siamo trovati in grande sintonia; ormai con Antonio ci conosciamo abbastanza bene, e l'empatia molto sottile che si è creata nel corso degli anni è stata elevata a potenza da un periodo particolare che entrambi stavamo vivendo e che per certi versi ci accomunava. Adesso non scendo nei dettagli, ma non era certo un periodo felice per nessuno dei due, così tutto il nostro malumore, il nostro malanimo è stato convogliato in questa storia. AA: Però l'impatto sul piano emotivo, mi metto dalla parte di chi legge, è stato molto forte, direi uno dei pochi casi in cui ho atteso quasi spasmodicamente l'uscita della seconda parte dell'avventura. In questo senso l'obbiettivo è stato perfettamente centrato. Siete già al lavoro per darci altri lumi sull'intricata vicenda che coinvolge Nathan, la figlia Ann e i tecnodroidi? RDA: C'è una terzo parte, perché due albi non sono bastati ad esaurire tutti i temi che Antonio aveva toccato nei precedenti capitoli della saga, e sarà l'occasione per fare luce sui punti rimasti ancora in ombra. AA: Data per acquisita la fine di Susan Connery, rimangono alcune ombre sulla genesi di Neos, o sbaglio? RDA: Susan dovrebbe riposare in pace, ma ci si può aspettare anche un colpo di mano da parte di Antonio. Sarebbe un po' troppo, ma Serra ci ha abituato a questo tipo di sorprese. Per quanto riguarda Neos non credo che le sue origini verranno affrontate in questa sede. Nel numero a cui sto lavorando si farà luce sul personaggio di Krissy e sul futuro di Ann. E credo che verrà stabilizzata anzi ridefinita la psicologia di Nathan, che da musone diventa non allegrone, ma certamente un po' meno pessimista. AA: Si può quindi affermare che l'evoluzione del tuo stile è andato di pari passo con l’evoluzione del personaggio di Nathan Never, il quale ha perso alcune delle caratteristiche che aveva all’ inizio per guadagnarne di nuove; qual è la tua opinione sul rinnovamento, generale del personaggio? RDA: Credo che sia un cambiamento necessario anche se io rimango molto legato al Nathan Never tetro, sinistro; è quello che preferisco. Sia chiaro che il lato oscuro del carattere non scomparirà del tutto, Nathan vivrà ancora dei momenti di grande tristezza, ma sarà più forte il desiderio di rialzarsi tutte le volte. AA: Dopo tanti numeri di Nathan Never, dopo una collaborazione così lunga con Antonio Serra, non c'è la voglia, di confrontarsi con qualche altro personaggio? RDA: Può sembrare strano, ma la risposta è no. Lavorando su Nathan Never mi capita di disegnare veramente di tutto, ogni storia è una specie di capitolo a sé stante, quindi al momento non avverto alcuna stanchezza. Certo sarebbe bello se all'interno della Bonelli fosse possibile di tanto in tanto misurarsi con un personaggio diverso. Sarebbe divertente, per esempio, disegnare un numero "unatantum" di Dylan Dog. Martin Mystere non mi attira particolarmente, per quello che ho detto prima: problemi di capelli! La testa dei BVZM è difficile da disegnare, ma se affrontassi un albo di Tex le difficoltà verrebbero dal dover rappresentare i cavalli. Ogni personaggio reca con sé delle caratteristiche di difficile interpretazione, ciò non toglie che sarebbe divertente poter lavorare saltuariamente su un'altra testata. AA: Non ti ha mai colto il desiderio di misurarti anche con la sceneggiatura, o perlomeno con i soggetti? RDA: No, da questo punto di vista mi ritengo incapace. Inoltre credo molto nella specializzazione: sono convinto che sia già difficile riuscire a fare decentemente una sola cosa. AA: Parliamo dei tuoi esordi: l'ingresso in Bonelli ha sicuramente segnato per te l’ascesa verso l'olimpo degli autori più amati e più conosciuti da parte dei pubblico, grazie anche all'opportunità di illustrare le copertine. Ma prima? RDA: Iniziai a disegnare nel campo del fumetto erotico, anzi diciamo pure porno, ed è stato per me una scuola estremamente importante. AA: Forse le ultime storie che hai disegnato non sarebbero state così facili da affrontare, né sarebbero risultate così efficaci come dicevamo prima, se non ci fosse stata questa esperienza. RDA: Penso sia stato un periodo preziosissimo, sia perché una gavetta di questo tipo ti insegna a non aver paura di nulla, sia perché sei costretto a mocinare tavole su tavole senza soluzione di continuità. E' chiaro che quando lavori ad un fumetto porno la qualità può finire in secondo piano, non risulta fondamentale. C'è il rischio effettivo di passare sopra a tanti errori, però cominci ad avere un approccio più rilassato con il disegno, proprio perché ti abitui a disegnare tavole su tavole, a decine e decine... AA: Non è un caso che tu sia uno degli autori di Nathan Never più prolifici, insieme a disegnatori come Stefano Casini o Germano Bonazzi. RDA: Hai ragione, ma qui mi metti a confronto con degli autentici fenomeni! D'altra parte nella fase di avvio della collana se non ci fossero state delle figure che con la loro velocità fossero riuscite a riempire i buchi di programmazione delle uscite, sarebbero stati guai seri. La lestata era giovane e lo staff non ancora così ben stabilizzato, c'erano spesso problemi di ritardi di consegne e di numeri da sostituire in scaletta perché non pronti. "Questa storia deve essere pronta per ieri!", quante volte ho sentito dire questa frase, la famosa "legge di Baitelli" sulle consegne. AA: Fra gli altri autori di Nathan quale senti più vicino a te, o con quale di essi ti sei confrontato maggiormente nel corso di questa esperienza? RDA: Innanzitutto Nicola Mari, che adoro a prescindere da quello che fa. Trovo il suo lavoro inquietante e interessante al tempo stesso, anche quando va oltre il fumetto. A volte risulta un autore un po' difficile da comprendere, le sue tavole forse sono complesse da interpretare per la maggior parte dei lettori, troppo sofisticate; le scelte che fa Nicola sono a volte eccessivamente raffinate perché se ne capisca lo spessore. E’ più un disegnatore da "addetti ai lavori". Proprio per questi motivi, le cose che fa sono interessanti e possono anzi segnare una strada. In seconda battuta penso a Castellini, che è sempre un punto di riferimento. Al di là del personaggio e a prescindere dai gusti personali, perché il suo stile può piacere o non piacere, la sua bravura è comunque indiscutibile. AA: Quali sono stati, invece, i tuoi punti di riferimento prima del tuo ingresso nella Bonelli Editore? RDA: E ’difficile stilare un elenco, perché io ho cominciato a disegnare a cavallo tra la fine degli anni settanta e l'inizio degli anni ottanta epoca degli "autori", quindi è soprattutto sui disegnatori di quel periodo che mi sono formato. Personaggi come Gimenez tanto per citarne uno. Adoravo gli argentini e li adoro ancora ma ormai vedo pochi dei loro lavori in giro, purtroppo. Senza dimenticare anche alcuni autori francesi.
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