Intervista tratta da "NUVOLE n° 4".

 

 

Nuvole: Chi è e come nasce fumettisticamente Roberto De Angelis?

Il fumetto, per me, non è stata una passione bruciante e precoce. Ho cominciato a disegnare tardi, e solo come hobby. Allora non pensavo potesse diventare un lavoro. Ma ho continuato, perché in qualche modo intuivo che il fumetto permetteva di illuminare qualche scorcio del paesaggio interiore che non puoi esprimere in nessun altro modo. Non puoi raccontarlo, non puoi descriverlo nè indicarlo. Puoi solo disegnarlo. Credo che in definitiva sia questo il motivo per cui ho continuato e continuo a disegnare. Ad ogni modo, nell’84 ebbi la fortuna di incontrare Leonetti, Dino Leonetti, titolare di uno studio di produzione fumetti, che mi affidò alcune storie per la neonata "Edizioni Cioè. Questo primo lavoro mi permise di farmi le ossa e di trovare un approccio più professionale con il disegno. Da quel momento in poi le cose sono successe. Il mio atteggiamento fatalista non ha né intralciato né favorito il normale corso degli eventi. Ero convinto che se mi fossi impegnato abbastanza i risultati sarebbero arrivati da soli, e in fondo è stato così.

Quanto ha influito l’abitare lontano dalle città del fumetto e principalmente da Milano?

Solo un po’... e solo sulle bollette Telecom.

Hai lavorato per parecchio tempo nello stesso studio con Bruno Brindisi, Luigi Coppola e Luigi Siniscalchi; come era il vostro rapporto? Quali sono i lati positivi del lavoro in studio, e perché adesso non lo fai più?

I nostri rapporti erano e sono ottimi. Bruno e i due Luigi non sono solo dei miei colleghi ma anche degli amici, quelli che frequento anche al di fuori dell’ambito strettamente professionale. Lavorare assieme è stato utile e soprattutto divertente. L’atmosfera che regnava nel nostro studio oscillava tra l’asilo nido e un film dì Savatores; poi c’era la possibilità di scambiarci opinioni, consigli, insulti.., bei tempi. Se le nostre strade si sono divise è solo perché le nostre vite sono cambiate, e forse si sono anche un po’ complicate.

Hai disegnato il n. O di Nathan Never ed adesso né realizzi anche le copertine: quali soddisfazioni ne hai ricevuto?

Nessun oscar. Niente bande, e neanche tappeti rossi. In questo ambiente non troverai cose ecclatanti; anche le soddisfazioni che regala sono minimaliste. Quella che io provo è piuttosto una contentezza latente, molto discreta. Di tanto in tanto affiora per una buona vignetta, per un’intuizione giusta, per un complimento che sai di meritare... ma è un attimo, e così dev’essere. L’autocompiacimento non è solo ridicolo, ma anche pericoloso.

La tua prima copertina (quella del "Nathan Neverone") è assai particolare; come è nata?

Da un bozzetto non più grande di un francobollo. Era l’ultima di una serie di tre proposte, la più evocativa. Ad Antonio (Serra N.d.N.) piacque subito e mi chiese di svilupparla. Se appare così diversa dalle copertine della serie regolare è perché fu realizzata per la stampa in quadricromia, con una base di china ridotta alle sole linee di contorno e il colore a definire masse e atmosfera.

In cosa si differenziano le tue copertine da quelle di Castellini? Come mai è stato cambiato il copertinista di N.N. e perché sei stato scelto tu?

Le copertine di Castellini erano caratterizzate dall’indiscutibile qualità del disegno. Il tratto di Claudio è tecnica allo stato puro. lo invece preferisco affidarmi all’intuito e all’improvvisazione. Tutta la tecnica di cui ho bisogno è quella che mi basta a rendere concrete le mie visioni. Non me ne serve altra. Pesa la tecnica, ti dice sempre cosa devi fare, e come farlo.

Quali sono state le maggiori difficoltà che hai incontrato nel passare da disegnatore di storie a copertinista?

Nessuna in particolare. Sono troppo incosciente per provare un reale timore delle difficoltà.

Qual è stato il tuo rapporto alla creazione grafica di N.N. e di Legs? (che è cambiata parecchio rispetto alla sua prima apparizione su N.N. n. 1) ?

Direi minimo. La caratterizzazione di un personaggio è un numero di equilibrismo da condurre tra bisogno di identificazione ed esigenze editoriali. E non ammette saccheggi.

I tuoi disegni sono, a buon titolo, tra i migliori in casa Bonelli, ma il tuo ritmo di produzione è molto più elevato rispetto a quello di altri autori. Come fai?

Molto caffè e tante sigarette.

Cosa hai pensato quando ti sei trovato di fronte la lunghissima sceneggiatura del N. Neverone?

"Quest'uomo è un genio". Già, perchè la sceneggiatura di Antonio Serra è un meccanismo perfetto in cui tempi, situazioni, intrecci e colpi di scena sono perfettamente equilibrati. L’ho trovata stimolante, quella storia. Anche impegnativa, questo è sicuro. Non tanto per la sua lunghezza "Tolstojana" quanto per l’esigenza di diversificare anche graficamente i tre diversi futuri. L’idea di caratterizzare il futuro biomeccanico con i retini e nata così.

Come è stato disegnato l’albo di Legs? Tornerai in futuro su questa collana?

E’ stato diverterte. Con Legs c’è meno da scavare. I personaggi recitano in maniera più fisica, quindi lo sforzo del disegnatore si può concentrare sulle espressioni e sulla mimica. Sfondi e architetture, non avendo funzione narrativa, vanno usati con una certa misura. Se farò altri numeri di Legs è una cosa ancora tutta da vedere: il "musone ha la precedenza. E anch’io non riesco a stare troppo tempo lontano dalle atmosfere gotico-decadenti di N.N.

Non ti si vede mai alle fiere. Perché?

La mia religione me lo vieta. Sono un pigro osservante.

Parlaci di Kor-One e del tuo rapporto con la "Liberty".

Kor-One è un progetto che risale alla metà degli anni ottanta. Fu in quel periodo che conobbi Capone e che decidemmo di realizzare questa storia. Ma era un momentaccio per il fumetto, così sceneggiatura e tavole di prova rimasero nel cassetto sino al ‘90, quando la Comic Art decise di pubblicarle. Il contratto prevedeva la gestione quinquennale dei diritti da parte dell'editore, per cui, scaduto il contratto, ci è sembrato logico riproporre la storia, riveduta e corretta, con il marchio Liberty.

Come è stato il passaggio da un tipo di fumetto che non pone grossi vincoli, quello erotico, alla Bonelli ed in particolare al personaggio più’ "studiato", quello con il più grosso "dossier"?

Delicato ma non traumatico. Dopo aver disegnato in condizionii di assoluta anarchia, adattarsi al sistema Bonelli ha richiesto un periodo di rodaggio. Il fatto che il mio lavoro sia soggetto ad una forma di controllo, peralro limitato, non mi disturba più di tanto. Nel corso degli anni ho imparato a stimare le persone con cui lavoro, quindi tengo al loro giudizio, anche quando questo non esprime estasi. Eppoi sono stanco di sentire continuamente questo luogo comune che vuole la Bonelli una specie di "Grande Fratello". Farà anche colore ma è semplicemente falso.

Nathan Never è il fumetto Bonelli che più è stato influenzato dalle scuole americana e giapponese: quali delle due preferisci?

Ho una certa repulsione per entrambi, ma ci sono delle eccezioni, naturalmente.

Il centenario del fumetto ha coinciso, più o meno, con quello del cinema: quali sono, secondo te, i punti di contatto tra i due generi?

Più o meno gli stessi che potrebbero esistere tra un miliardario monegasco e un senzatetto di Bombay.

Quali sono i films più "fumettistici", o quelli che ti piacerebbe vedere su carta?

Le riduzioni dei film a fumetti, mi fanno lo stesso effetto dei sogni raccontati: nel passaggio perdono tutto quello che di buono avevano.

La fantascienza "rende" di più nel fumetto, nel libro, o al cinema?

Credo che dipenda molto dal tipo di fantascienza che si prende in considerazione. Quella spettacolare ha molte più chances al cinema capace di offrire, grazie agli effetti speciali, i set faraonici ecc., dei plus che il pubblico dimostra di gradire molto. Il fumetto potrebbe rappresentare una valida alternativa al cinema per una fantascienza alla BALLARD, dove i confini da superare non sono più quelli di sistemi e galassie, ma quelli della mente, dei sentimenti. Una fantascienza, quindi, che si guarda dentro, capace di adattarsi allo stile scarno ed essenziale del fumetto.

Qual ’è il miglior fumetto di fantascienza mai realizzato?

AKIRA. E mi sembra inutile spiegarne i motivi.

Tu sei un grande appassionato di fantascienza, quale altro genere ti piacerebbe disegnare?

L’Hard Boiled. Quello un pò raffinato alla Chandler, per intenderci. E non è un caso. Fantascienza e giallo sono due generi complementari, capaci addirittura di esaltarsi a vicenda. Un esempio. Lo script di Blade Runner non sembra forse quello di un film noir anni 50?

Con quale scrittore vorresti lavorare?

Siamo dunque arrivati nella terra dei "sogni nel cassetto. Ebbene. il mio è quello di fare un adattamento di ‘Triste, Solitario y final’ (una parodia dell’Hard Boiled -N.d.N.). Ci sono anche andato vicino. E’ stato ai tempi della ACME avevo parlato di questo progetto con Francesco Coniglio che, da buon entusiasta qual’ è, si mise subito in moto. Riuscì a contattare Osvaldo Soriano (l’autore del libro, argentino - N.d.N.) e questo si disse disposto a cedere i diritti in cambio di una supervisione della sceneggiatura. Poi le cose alla ACME cominciarono ad andare storte e non se ne fece più nulla. Non so se sia stato un peccato. Il bello dei sogni è sognarli. Realizzandoli c’è il rischio che deludano.

L’impegno come copertinista inciderà molto sul tuo lavoro?

Boh!